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Cibo ed emozioni: mangia che ti passa!

Una mia cliente, sofferente di attacchi di ansia, mi racconta,disgustata, che sua madre, vedendola in preda ad una crisi, le ha detto:

“ Mangia le fettuccine con il ragù, bella di mamma. Vedi che ti passa”

“ E a  lei l’ansia le è  passata?”

“Purtroppo sì” mi ha risposto  lei suo malgrado.

Il cibo, essenziale per la sopravvivenza dell’individuo, è  stato, fin dall’antichità, un simbolo sacro, un pretesto nella convivialità, un premio per l’eroe che aveva superato grandi imprese.

Innegabile è certo il ruolo del cibo  come mediatore comunicativo e affettivo dalla nascita fino, spesso, all’intera vita della madre.

Soprattutto nelle culture mediterranee, infatti,  il cibo è lo strumento materno preferenziale per trasmettere affetto e approvazione, per tenere sotto controllo il benessere del figlio, per gratificare prole e partner.

In alcuni di questi casi, il bambino trova proprio nel cibo uno strumento utile per mettere alla prova l’amore materno o  per esplicitare, attraverso il rifiuto di esso, un disagio, una sofferenza, qualche frustrazione.

Così già nell’infanzia l’alimentazione perde il carattere di necessità fisiologica, per assumere progressivamente una connotazione emotiva che, estremizzata, può sfociare in disordini alimentari.

Il cibo, in tali casi, può diventare croce e delizia, ovvero mezzo per compensare vuoti e  portatore di feroci sensi di colpa. Oppure, può diventare un  avversario in una sfida radicale nel non cedere alla fame.

Oppure ancora, può diventare  oggetto per il controllo di una realtà troppo imprevedibile, attraverso la ricerca della purezza, della non contaminazione, della salubrità a tutti i costi.

In tutti questi casi, il rapporto con il cibo perde la sua fisiologicità e va via via trasformandosi in indicatore emozionale e indice di un approccio disturbato con qualche parte della realtà.

Ricordando che ogni caso è  a sé e  che ogni  individuo ha la sua specifica storia e i suoi specifici bisogni, è , comunque, possibile fornire alcuni suggerimenti  per migliorare la propria relazione con il cibo e per educarsi ed educare più efficacemente figli e alunni ad un rapporto sano e naturale con l’alimentazione.

Cinque consigli pratici per migliorare la propria relazione con il cibo:

  1. Ascoltare il proprio stomaco.
    Fin dall’infanzia, per quanto possibile, sarebbe opportuno seguire e far seguire il richiamo naturale di fame e sazietà, consentendo una minore rigidità negli orari e nelle quantità.
  2.  Imparare a mangiare ciò che piace senza sentirsi in colpa.
    Questo risultato si ottiene con una progressiva educazione alla varietà dei gusti e dei sapori,sapendo godere di ciò che piace e, nello stesso tempo, ampliando la varietà dei sapori graditi. A questo scopo è  utile ricordare che gli alimenti troppo elaborati, troppo conditi e troppo trattati, inducono dipendenza e rendono incapaci di riconoscere i segnali di fame e sazietà.
  3.  Evitare di far assumere al cibo un carattere pressoché esclusivo di premio e consolazione.
    Ovvero, un cibo è buono e nutriente, più che ansiolitico o confortante. Perciò  i genitori dovrebbero evitare di offrire il gelato come premio , anche per ampliare la gamma di strumenti di gratificazione disponibili in età adulta. Ovvero, se il bambino è stato buono, lo si premierà con un abbraccio, con una passeggiata al parco, con la lettura di una bella storia, con l’ascolto di una bella canzone,  con un giro sulla giostra e, qualche volta con un gelato.
  4. imparare ad ascoltare i segnali di sazietà.
    Gli adulti sanno quando sono sazi, indipendentemente da quello e da quanto hanno mangiato. Quel segnale va ascoltato, affinché il metabolismo possa continuare a funzionare efficacemente.
  5. Comprendere la propria relazione emotiva con il cibo
    Spesso una relazione difficile con il cibo è il sintomo di un vuoto affettivo, di una ricerca di sicurezza, di un bisogno non altrimenti espresso. Per poter aiutare o aiutarsi, dunque, è utile individuare il malessere o il disagio che si nasconde dietro alle abbuffate, o dietro alla ricerca ossessiva di cibi puri, o dietro al rifiuto ostinato di nutrimento.

Spesso, a questo scopo, è sufficiente riflettere sul fatto che il vuoto percepito, più che desolato e desolante, è uno spazio libero da poter adornare, arricchire, colorare, vivere.

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Daniela Troiani